Negli ultimi anni il consiglio della Circoscrizione 9 si è sempre dimostrato sensibile alla tematica delle minoranze linguistiche. Il primo passo in tal senso è stato compiuto il 22 aprile 2013, quando grazie ad un ordine del giorno proposto dal sottoscritto, il consiglio riconobbe ufficialmente la lingua piemontese e avanzò formale richiesta affinché fosse introdotta nell'elenco delle minoranze linguistiche tutelata dalla legge 482 del 1999, che, attualmente, è l'unico provvedimento in materia in Italia. Durante il consiglio del 6 luglio, in Circoscrizione 9 si è tornato a parlare della questione linguistica. L'opposizione ha infatti presentato un ordine del giorno per tradurre una parte del sito circoscrizionale in lingua piemontese. Il mio voto è stato favorevole così come quello di gran parte dei consiglieri di tutti gli schieramenti. Riporto di seguito il mio intervento sull'argomento, volto ad evidenziare come le minoranze linguistiche in realtà non debbano essere considerate come un problema o un potenziale pericolo per la lingua italiana, ma un'enorme opportunità culturale che l'Italia rischia di perdere per sempre.
Grazie Vice Presidente,
Intervengo giusto per cinque minuti perché comunque è un argomento che personalmente mi interessa molto e che ho avuto modo di approfondire anche in ambito universitario.
Indubbiamente è un provvedimento positivo nella misura in cui va a colmare quello che è un vuoto legislativo enorme della Repubblica Italiana. Facendo un confronto tra l'Italia e due paesi, scelti a campione, dell'Unione Europea come possono essere la Spagna e la Francia, è evidente come l'Italia sia l'unica ad essere così in ritardo a livello di tutela delle minoranze linguistiche e di come i due paesi già citati siano arrivati almeno vent'anni prima ad una legge che tutelasse le minoranze e le tutelasse nel vero senso del termine. Ad esempio, la Spagna ha incluso tre varianti parlate sul territorio nella Costituzione. Le minoranze, dunque, sono tutelate per costituzione. Queste varianti sono: il catalano, il basco e il gallego, che, tra l'altro è la radice del portoghese. La Francia con la legge Deixonne del 1951 ha incluso a tutela ad esempio, il fiammingo parlato nella regione del Westhoek, nelle Fiandre francesi, e tutta una serie di altre lingue come il catalano parlato nel Rossiglione o come l'occitano che è parlato praticamente in tutta la Francia del Sud. Loro sì che hanno attutato una reale politica linguistica, cosa che l'Italia non ha mai fatto. La chiave di volta sta nel prevedere a scuola non l'insegnamento di quella lingua, ma l'insegnamento in quella lingua. Finché la Repubblica Italiana ammette a tutela tutta una serie di lingue, ma non insegna la lingua nelle scuole e, ribadisco, non insegnandola come "lingua straniera" ma usando come veicolo la lingua minoritaria, non andremo da nessuna parte. Ci è arrivata la Spagna, ci è arrivata la Francia, noi non ci siamo arrivati! Siamo arrivati nel 1999 con una legge quadro anche abbastanza povera, che è la legge 482 che include un calderone di minoranze, da quelle nazionali altoatesine all'occitano della Val Chisone e al franco-provenzale delle Valli di Lanzo. Un calderone immenso in cui però non si fa minimamente cenno all'insegnamento in lingua nelle scuole. Il cittadino non impara davvero a relazionarsi con la minoranza linguistica. Il problema è che si parte da un presupposto sbagliato: considerare tutte le altre lingue minoritarie come antitetiche all'Italiano.
Qui sta l'errore!
Quindi ben venga un ordine del giorno così che va sulla scia di quello votato dal nostro consiglio nel 2013. Penso che il mio voto sarà favorevole.
Lorenzo D'Agostino

